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Pubblicato 21 Gennaio 2015 Visite: 1735
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>Piglia Giustina Melfi (pz) 

Info:3930276293   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Giustina Piglia nasce a Napoli nel 1974. Si dimostra da sempre affascinata da tutto ciò che riguarda i colori e la materia.

Nel 2001 decide di frequentare un corso serale di ceramica artistica per un anno. Collabora con un artigiano ceramista per imparare alcune tecniche e man mano con duro lavoro e tenacia raggiunge i primi risultati.

Essendo autodidatta e non frequentando ambienti dove l’arte ne fa da maestra , continua il cammino in totale anonimato. Gli unici maestri diventano il tempo e la curiosità.

La nascita delle corazze nasce quasi due anni fa nel 2012.

La terra, le mani, il profumo dell'argilla...

L'opera prende forma sotto le mani vive dell'artista. Vive, umide e ricoperte di argilla lucida come il corpo o la maschera che stanno plasmando. Il busto sembra quasi respirare, il diaframma muove lo sterno, inspira e respira, continua a muoversi ed è vivo finché l'artista non toglie le mani dall'opera così come si recide un cordone ombelicale. L'argilla è pronta per la cottura e anche se ha smesso di muoversi, di respirare, di esser viva, è diventata immortale. Anche i volti si congelano in un'espressione che presto sarà rafforzata dal colore.
Tra queste fasi vi è anche quella della colorazione che rende brillante il bustino valorizzandone le forme. Ceramica brillante e lucida come un corpo bagnato.
Vedendo le opere di Giustina Piglia penso al ciclo infinito della vita, alla Dea Madre, al rapporto tra uomo, terra e Dio. Uomo inteso come àntropos, maschile e femminile. La parola uomo deriva dal latino hŏmo, riconducibile a hŭmus, la parte fertile della terra, il frutto della degradazione della sostanza organica della terra, decomposizione della materia organica. Dalla morte si ritorna alla vita e viceversa. Ed è anche per questo che l'artista smette i panni di artigiana per diventare artista nell'essenza piena. Carmelo Bene diceva: Dobbiamo smettere di produrre opere d’arte, ma dobbiamo essere opere d'arte!
Giustina si spoglia anche delle vesti d'artista per ritornare ad essere l'Eva ancora innocente della propria nudità. Anziché coprirsi di foglie l'artista si riveste della sua stessa essenza primordiale: di terra. In alcune foto si lascia ritrarre ricoperta di argilla: la stessa essenza della sua natura. Non si riconosce nulla di lei, solo gli occhi che come due lucernari spuntano dal fango. Come due fari, finestre, caverne di una montagna che catturano l'attenzione di chi guarda. Dal fascino della terra antica, rugosa e screpolata si riconosce, riflesso in uno sguardo, l'essenza dell'umanità primordiale.
Ed il ciclo continua, la donna smette i panni della terra, di Gaia, per tornare ad essere artista e madre di opere di terra. Busti con seni che catturano l'attenzione di tutti, dei sensibili e dei meno sensibili all'arte; dei balordi che cercano e violentano con lo sguardo quelle forme, quasi a volerle palpare avidamente, mentre persino gli innocenti, i neonati, riconoscono, in quelle stesse forme, il richiamo di una madre che li sfamerà dopo il lungo viaggio che ha attraversato il loro ventre. Protetti come in una caverna, come rinati dalla terra, ammireremo queste opere.

 

 

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